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Ricordi di scuola

Ci sono momenti della nostra vita che sfidando l’incedere del tempo, si fissano indelebili nei recessi della nostra memoria, per poi riaffiorare a distanza di anni richiamati da un evento qualsiasi. L’episodio di cui sto per parlare, avvenne nei primi anni cinquanta, quando frequentavo la terza classe di avviamento industriale(equivalente alla terza media), nell'Istituto "Emanuele Barba" di Gallipoli. La nostra insegnante di Lettere era la professoressa D’Ambrosio, una donnina minuta e curva di spalle, sulla sessantina, zitellona, comunista e attivista sindacale. Ricordo che, quando per una qualche ragione era insoddisfatta del nostro impegno nello studio, ci ammoniva, con l’indice della mano destra brandito come una spada, con la frase: “La scienza infusa non ve la dà nessuno”.

Dal provveditorato erano giunte alcune copie di un libro di cui non ricordo il titolo (una splendida antologia di sei/settecento pagine con brani di romanzi, racconti, poesie, aneddoti), che dovevano essere distribuite gratuitamente, una copia per classe ad esclusiva discrezione dell’insegnante. La signorina D’Ambrosio, non volendo fare un torto a nessuno, poiché accontentando uno avrebbe scontentato tutti gli altri, pensò bene di affidare alla sorte l’ardua scelta; tirò fuori dalla borsetta ventisei bigliettini numerati e arrotolati, precedentemente preparati, chiamò un alunno e gli fece estrarre un biglietto: usci il 15, il numero che sul registro di classe corrispondeva al mio nome! Era uscito il mio numero! Impossibile descrivere la gioia che provai. A parte la mia passione per la lettura (ero un vorace divoratore di libri della biblioteca scolastica), ora avevo un libro tutto mio, l’unico che avessi mai avuto (tranne quelli di testo, sempre di seconda o terza mano). Alla fine dell’anno scolastico, la Professoressa mi chiese del libro, se avessi finito di leggerlo e se mi fosse piaciuto. Le risposi che si, mi era piaciuto moltissimo, tanto che alcuni brani li avevo letti più volte, e che assieme ad alcune poesie, ormai li ricordavo a memoria.(li ricordo ancora adesso, a distanza di oltre mezzo secolo). “Sapevo che il libro sarebbe stato in buone mani e che ne avresti fatto buon uso“, mi disse con un sorriso un po’ complice, “non per niente ho falsificato l’estrazione scrivendo in tutti e ventisei biglietti il numero quindici”.

Pubblicato il 24/7/2011 alle 5.51 nella rubrica Diario.

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