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rossoantico
vengo da lontano, guardo lontano.


19] - Lug. - Dic. 2008


6 dicembre 2008

Pronto, Cavaliere?



-         Pronto? Parlo con il Presidente del Consiglio?


-         Si?


-         Sono il Cardinal Bagnasco…


-         Ciao Angelo, come va?


-         Bene, ringraziando il Signore. Senta Presidente, il Santo Padre è molto contrariato per la vostra decisione di estendere il taglio dei fondi  anche alle scuole paritarie…Egli dice: paritarie si, ma non fino a questo punto…



-         Non preoccuparti caro, puoi riferire al Santo Padre che rimedierò subito. I fondi saranno ripristinati immediatamente. Sai Angelo, i picciotti, a volte, sono distratti; Tremonti, poi, con tutti quei  numeri in testa e con la fissazione delle forbici. Taglia di qua, taglia di là, a volte taglia dove non dovrebbe.



-         La ringrazio, Presidente. Le devo riferire di un altro cruccio che assilla il Santo Padre: Egli è preoccupato per il dilagare di un relativismo incontrollato che, specialmente nelle moderne forme di comunicazione, ottenebra le menti e corrompe i cuori.


-         Il Santo Padre stia tranquillo: il più è fatto. La quasi totalità dei media è sotto controllo. Quella piccola parte che ancora resiste verrà penalizzata in ogni modo fino a che non si sarà allineata.   Resta internet. La rete è un po’ difficile da controllare. Finora tutti i miei sforzi si sono dimostrati vani, anche quello di infiltrare qualche mio uomo nel PD;   ma mi adopererò affinchè il problema venga risolto. Alla prossima riunione del G20 presenterò una proposta di regolamentazione.


-         La ringrazio di nuovo Presidente. Il Santo Padre sarà contento di poter contare sulla Sua disponibilità e non mancherà di invocare l’Altissimo affinchè vegli su di Lei e sul Suo Governo.


-         Ringrazio il Santo Padre per la Sua benevolenza, ma avrei anch’io una piccola preghiera: non potrebbe il Santo Padre intercedere presso il direttore di Famiglia Cristiana, affinchè cessi di pubblicare falsità sull’operato del mio governo?


-         Son sicuro che il Santo Padre si adopererà per venire incontro ai
Suoi desideri.


-         Grazie, Angelo caro, sai com’è una mano lava l’altra…

     Baciamo le mani...


-         Sia lodato Gesù Cristo, Presidente


-         Sempre sia lodato



17 novembre 2008

I due nani


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8 novembre 2008

a fare in... ci vada lei

I bookmakers in questi casi non accettano scommesse. Da mesi, in previsione dell'evento storico dell'altra notte, si aspettava la prima gaffe di Silvio Berlusconi sul colore della pelle del nuovo presidente americano. Il Cavaliere non delude mai le peggiori aspettative e la battuta è arrivata. L'unica sorpresa è la tempistica. Ad appena ventiquattr'ore dall'elezione il premier se n'è uscito con la storia di Obama "abbronzato". Non è la solita cafonata alla quale ci ha abituato e ci siamo ormai rassegnati da lustri. È una definizione grondante di razzismo.

Il peggior razzismo, quello semi inconsapevole e quindi assai autoindulgente che dilaga in Italia, fra la preoccupazione del resto del mondo. Una malattia sociale che un governo responsabile dovrebbe combattere, invece di sguazzarci con gusto.

Scontata la gaffe, ovvia la reazione. In simili frangenti Berlusconi adotta due reazioni standard. La prima: non l'ho mai detto. È la più assurda, ma paradossalmente efficace (in Italia). Come fai a discutere con uno che nega se stesso? La seconda è: l'ho detto ma non avete capito.

Stavolta ha usato questa. "Abbronzato era un complimento, una carineria" ha spiegato ai soliti cronisti bolscevichi. "E se non lo capite, allora andate a fare...". Sommando così carineria a carineria.

S'intende che "andare a fare" è detto con affetto. Con eguale affetto i giornalisti potrebbero ricambiare l'invito, ma probabilmente le giustificazioni valgono solo dall'alto verso il basso.

Non stiamo a farla lunga. Non si tratta solo di vergogna. Chi ne ha ancora la forza? È piuttosto la disperazione di essere ogni volta precipitati in questo indegno pollaio. Gli elettori americani in un giorno hanno cambiato la storia del mondo. L'avvento del figlio di un africano alla Casa Bianca sta spingendo miliardi di persone, pur nel mezzo di una crisi spaventosa, a interrogarsi sui valori profondi della democrazia, la più straordinaria conquista dell'umanità, in fondo a un cammino secolare di sangue e intolleranza. E il contributo dell'Italia berlusconiana a questo grandioso dibattito qual è? Questa miserabile trovata, volgare e razzista, senza neppure il coraggio dell'assunzione di responsabilità o la dignità di porgere le scuse.


Non bastava la sortita a caldo del ministro Gasparri, il quale, confondendo le proprie ossessioni di ex fanatico fascista con la competenza internazionale, aveva commentato "sarà contento Bin Laden". Ci voleva pure lo strazio supplementare della "battuta" di Berlusconi, che ha ormai girato il mondo, con danno enorme per il Paese. In pochi minuti infatti la rete ha deluso la speranza residua, che non lo prendessero sul serio, come altre volte. Come siamo abituati a fare qui, rassegnati a non scandalizzarci per lo scandalo, a non chiamare fascismo il fascismo, razzismo il razzismo.

C'era stata la rincorsa provinciale ad appropriarsi di Obama. Tutti si proclamano o cercano l'Obama italiano, a destra e a sinistra. Quando in Italia un Barack Obama non avrebbe neppure il diritto di voto. I figli d'immigrati, 440 mila fra nati e cresciuti qui, non sono considerati cittadini italiani, per via del medievale ius sanguinis. Lo ricordiamo nell'ipotesi, piuttosto remota, in cui fra le centinaia di obamisti dell'ultima ora si trovasse un politico serio. Ecco l'occasione per proporre finalmente una legge civile in materia d'immigrazione.

A cominciare dal presidente del Consiglio, i cui molti cantori hanno illustrato nei giorni scorsi alle masse ammirate le straordinarie analogie fra Berlusconi e Obama. Come non scorgere, del resto, l'assoluta comunanza delle due parabole. Il figlio di un pastore kenyano che arriva alla Casa Bianca a soli 47 anni e promette di cambiare il mondo. E l'uomo più ricco d'Italia che a 72 anni, con il solo aiuto del novanta per cento dei media da lui controllati, torna a Palazzo Chigi, dopo aver cambiato i capelli. È naturale che Berlusconi abbia adottato Obama, ripromettendosi di dargli presto "buoni consigli". Incrociamo le dita perché non avvenga, nell'interesse stesso del premier. Non si sa come la Casa Bianca potrebbe reagire a una frase del tipo: "Vieni, abbronzato, che ti spiego come non farsi processare".

Che fare? Vergognarsi per loro, ridere, piangere. Fingiamo pure che tutto sia normale. Però quanto stringe il cuore ascoltare il nobile discorso dello sconfitto McCain: "Il popolo ha scelto. Ho avuto l'onore di salutare il nuovo presidente degli Stati Uniti. È una giornata storica". Non si potrebbe avere un giorno un conservatore come questo a capo della destra italiana, anche di seconda mano?

 

Curzio Maltese per Repubblica on line del 7.11.2008


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5 novembre 2008

5 Novembre 2008





5 novembre 2008. Le 5 del mattino ora italiana. Barack Obama è il nuovo presidente degli Stati Uniti. Non è una giornata storica per l'America. Lo è per il mondo. Segnamolo sul calendario in cucina, scriviamolo nell'agenda sulla scrivania dell'ufficio. Ripetiamolo con esultanza ai nostri amici e colleghi. Ai figli e ai genitori. L'America ha un nuovo presidente. Ed è nero. E democratico.

Ha scaldato i cuori e animato le passioni civili. Lo ha fatto chiedendo alle donne e agli uomini del suo Paese di condividere un sogno, un'utopia concreta. Ha iniziato e concluso la sua campagna elettorale dicendo che non accetta l'idea di un Paese in cui milioni di persone possono morire per le strade perchè non hanno i soldi per permettersi l'assistenza sanitaria. Ha esordito ricordando che non ha votato per la guerra in Iraq e che l'America che ha in testa non è potenza dominante ma dialogante. Ha detto che non sarà un presidente perfetto ma che ascolterà con attenzione tutti coloro che hanno un parere diverso dal suo.

Da domani ricominceremo a fare i conti con la complessità della vita quotidiana. Oggi, raramente ci capita, lasciamoci andare ad un tripudo di gioia. Perchè è un giorno di festa, di speranza nuova. Non è la vittoria di un uomo solo ma il sogno collettivo di una società diversa. "Pochi - diceva John Fitzgerald Kennedy - avranno la grandezza per raggiungere la storia, ma ciascuno di noi può agire per cambiare qualcosa nel mondo, e nell'insieme di tutte queste gesta sarà scritta la storia di questa generazione".

Stanotte l'America ha scritto un importante capitolo. A questo libro dei sogni, da oggi, dobbiamo contribuire anche noi.

Stefano Corradino, http://www.articolo21.info/



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18 ottobre 2008

Magistrati coraggiosi

Luigi De Magistris

«Una parte rilevante della magistratura calabrese non è affatto estranea al sistema criminale che gestisce affari di particolare rilevanza nella regione». La denuncia arriva da Luigi De Magistris, giudice del Riesame di Napoli, intervistato da Sky Tg24. «Sono dell'idea che se la magistratura avesse remato tutta da una stessa parte e se la legalità, alla quale ogni magistrato si dovrebbe attenere, rappresentasse un patrimonio vero di tutta la magistratura calabrese, non staremmo qui a discutere come mai in dieci anni non è cambiato proprio nulla» ha spiegato.


POTERI OCCULTI - «Senza una parte della magistratura collusa la criminalità organizzata sarebbe stata sconfitta - ha detto ancora l'ex pm . E il collante in questo sistema sono i poteri occulti che gestiscono le istituzioni. Io stavo indagando su questo fronte e ritengo che uno dei motivi principali del fatto che io sia stato allontanato dalla Calabria risiede proprio in questi fatti». Sul suo trasferimento deciso dal Csm, De Magistris ha ribadito: «Quello che mi è accaduto è molto grave, è un messaggio negativo nei confronti di un territorio che doveva ricevere altri messaggi. Il Consiglio superiore della magistratura avrebbe dovuto dare un segnale positivo alla Calabria e starmi vicino». Per i prossimi tre anni De Magistris non potrà svolgere la funzione di pm.


Dal Corriere della Sera



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9 ottobre 2008

Le ossessioni del (non più) giovane Joseph...

Papa sex

 



Vanity Fair, 8 ottobre 2008

Papa Ratzinger ha 80 anni compiuti. Non c’è da stupirsi se non trascorre giorno - ora che purtroppo ha alle spalle l’intera vita trascorsa presumibilmente illibata - senza che in nome e per conto di Dio si occupi di sesso. Il sesso degli uomini che lo inquieta. Il sesso delle donne che ha solo immaginato. Il sesso dei riti coniugali che non conosce. La purezza opposta al sesso. La procreazione opposta al piacere. Lo spavento per l’omosessualità, la masturbazione, la pornografia. Una vera ossessione.

L’ultima è che “la contraccezione nega il significato stesso del matrimonio”. La pienezza dell’amore, dice il Papa, non ammette preservativi, pillole o il diaframma, anche se è disposto a chiudere un occhio sul calcolo delle ovulazioni Ogino Knaus. Come se il Dio universale si occupasse di frugare in ogni letto, quando cala la sera, per controllarne il candore o l’impudicizia, la regolarità delle intenzioni e dei metodi, proprio come facevano le nonne di casa Gozzano, ignare anche loro di quanta impudicizia e di quante irregolarità si nutra l’amore.

Quello che fa sorridere, di quei risibili precetti è il tono altisonante con cui vengono pronunciati dai tempi dell’Humanae Vitae. Le sedi pomposamente dorate. Le circostanze rituali che li accompagnano, ermellini, pergamene, scarpini di seta. La convinzione che siano destinati a un gregge di quadrupedi e non a una contemporanea società di donne e uomini consapevolmente adulti.

Ma se uno considera i rischi planetari della demografia, la povertà, la fame, le malattie, i dolori universali riservati ai nuovi nati nei due terzi del pianeta, quei precetti d’alto intelletto, sentenziati al sicuro, nel tepore dei ricchi palazzi vaticani, non fanno più sorridere, ma risultano così irresponsabili da diventare offensivi. Il papa, a fine prolusione s’è lamentato che “i cattolici non ascoltano abbastanza”. Meno male.
(Vignetta di Natangelo)

 

Pino Corrias in http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/


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7 settembre 2008

Quando la nave affonda i topi scappano...

L'8 Settembre 1943


L'8 Settembre 1943

Re, ministri e generali, lo Stato in fuga. La cronaca delle drammatiche ore di quell'8 settembre 1943

di Silvio Bertoldi

Alle cinque della sera, l’ora fatale in cui Ignacio Sanchez, il torero di García Lorca, affronta la morte nell’arena, Vittorio Emanuele III comincia a prepararsi a lasciare Roma. È l’8 settembre 1943, un sereno mercoledì che prelude a un dolcissimo autunno, e il re ha 74 anni. Il ministro della Real Casa, Acquarone, ha telefonato che il Quirinale è ritenuto più sicuro di Villa Ada, meglio trasferirvisi. Sarà il primo passo di un itinerario peraltro previsto e destinato, nell’ipotesi, a concludersi in Sardegna, per sfuggire a una eventuale cattura da parte dei tedeschi. Si è pensato a tutto nel caso d’un abbandono della capitale: due cacciatorpedinieri dovranno prendere a bordo i sovrani e portarli alla Maddalena, beni e oggetti preziosi sono già in Svizzera, sedici milioni, per affrontare le prime esigenze, diciassette valigie per il viaggio, carte e documenti in una borsa. Alle 18.15 precise la Fiat 2800 dell’autista Baraldi varca il portone della reggia. Vittorio Emanuele ed Elena si ritirano nei loro appartamenti. Il preludio della fuga di Pescara è questo.

Ma gli avvenimenti precipitano ed è difficile dar conto in breve d’ognuno di essi. La cronaca segnala l'improvviso ritorno del sovrano a Villa Ada, come per un cessato allarme, e subito dopo l'altrettanto improvviso ritorno al Quirinale per un improvvisatissimo Consiglio della Corona. È ormai certo che Eisenhower annuncerà alla radio in serata la firma dell'armistizio da parte dell'Italia e coglierà di sorpresa governo e militari, impreparati all'evento e chissà perché convinti che l'annuncio sarebbe stato dato il giorno 12.

Sicché non hanno fatto nulla di quanto era previsto dagli accordi sottoscritti per fornire i mezzi richiesti dagli Alleati in vista del lancio su Roma di una divisione paracadutisti: e quando, la sera del 7, due ufficiali americani si erano presentati segretamente nella capitale per concordare le comuni iniziative, tutti sono caduti dalle nuvole. Il generale Carboni, comandante della difesa di Roma e delegato a riceverli, era a una festa; il capo di stato maggiore generale Ambrosio proprio quel giorno era a Torino per un trasloco; Badoglio era a letto dalle nove, Roatta cenava in famiglia e per quei due ospiti annunciatissimi era a disposizione soltanto un colonnello che non parlava inglese e un principesco banchetto con cui si sperava di addolcire la loro irritazione.

Alla fine arrivò Carboni, andarono tutti da Badoglio e lo svegliarono. Lui scese in vestaglia supplicando che si rimandasse ogni cosa, in quelle condizioni c'era il rischio d'un fallimento, i due americani spedissero per carità ad Eisenhower un telegramma di proroga, almeno per salvare i loro paracadutisti. Sia pur di malavoglia, il telegramma venne spedito e quella fu la prima delle sciagurate mosse del tragico balletto alla ricerca di una salvezza purchessia.

Il Consiglio della Corona vede seduti intorno al re il primo ministro Badoglio, il generale Ambrosio, Carboni, De Stefanis (per Roatta) e Puntoni, con i tre ministri militari, De Courten della Marina, Sorice della Guerra e Sandalli dell'Aviazione, più Acquarone e un giovane addetto di Ambrosio, il maggiore Marchesi. Comincia il re, annunciando la firma dell'armistizio e i ministri militari, sbalorditi, esclamano: «Armistizio? Noi veramente non ne sapevamo nulla».

Non ne sa niente nessuno, forse fingono, ma ormai è tardi per meraviglie e recriminazioni. Si spera solo che Eisenhower accetti la proroga, tutto dipende da lì: e quando il giovane maggiore Marchesi rientra annunciando che Eisenhower ha respinto ogni richiesta e proprio in quel momento da Radio Algeri sta dando l'annuncio dell'armistizio, perdono tutti la testa. Carboni propone di sconfessare la firma già messa, si dia la colpa a Badoglio dicendo che avrebbe agito all'insaputa del governo. Ambrosio è d'accordo, qualsiasi vergognosa trovata pur di non affrontare la reazione dei tedeschi, ai quali fino al mattino di quello stesso giorno il re aveva assicurato che la guerra continuava come aveva proclamato il 25 luglio (mentendo) il maresciallo Badoglio.

Solo all'intraprendenza dello sconosciuto Marchesi che fece osservare quanto ignobile fosse quella disperata ciambella di salvataggio in extremis, ricordando tra l'altro che gli Alleati avevano filmato la resa di Cassibile e conservavano tutti i documenti sottoscritti dagli italiani per sbugiardarci, si dovette se quei folli propositi furono accantonati e il re dicesse: «L'armistizio fu firmato e si deve onorare l'impegno. Si terrà la parola». A quel punto, ciascuno per sé e Dio per tutti. I sovrani passeranno al ministero della Guerra ritenuto più sicuro, altri li raggiungeranno alla spicciolata, ma ci si dimenticherà di avvisare i ministri e perfino quello degli Esteri, Guariglia, venne abbandonato a Roma. Badoglio andò alla radio a leggere il suo messaggio, aspettando pazientemente che finisse il programma di canzoni.

Nella notte accorre affannato Roatta a comunicare che i tedeschi stanno attaccando dovunque, hanno già preso Gaeta e Civitavecchia, bisogna lasciare subito la capitale e l'unica via libera è la Tiburtina che porta a Pescara. Bisogna partire subito e alle 4.50 del mattino del 9 settembre prende il via la carovana, con in testa l'auto del re, della regina e del generale Puntoni, poi le altre con Badoglio, gli aiutanti di campo e il principe Umberto che si vergogna della fuga e vorrebbe che almeno un Savoia restasse a Roma. Ma il padre gli ordina di seguirlo, S'at più at massu , se ti pigliano ti ammazzano, alludendo ai tedeschi.

Seguono valletti, cameriere, bagagli, autisti. Seguono, più tardi, i generali. Sul molo di Ortona, nella speranza di imbarcarsi sulla «Baionetta» col re, saranno duecento. Lo stato maggiore è stato sciolto, il comando supremo non esiste più: e nessuno che abbia avuto un moto di dignità, che abbia pensato che si sarebbe dovuto combattere anche se la causa era persa, e non abbandonare l'esercito al suo destino per salvare la pelle.

Il viaggio fu descritto come avventuroso, con soste all'aeroporto di Pescara, trasferimenti nell'ospitale villa della duchessa di Bovino a Crecchio in attesa dell'arrivo della corvetta «Baionetta» per portare la comitiva in salvo a Brindisi: con l'indegno assalto alla nave sul molo di Ortona da parte di fuggiaschi inferociti contro il re e Badoglio che li lasciavano a terra. Si imbarcarono solo in 59, gli altri abbandonarono automobili e bagagli e pensarono a mettersi in salvo in qualche modo.

Resta il mistero su quella fuga così oscura, su quella Tiburtina che non doveva essere controllata dai tedeschi e invece li vedeva transitare ininterrottamente. Le macchine reali furono fermate per tre volte dai tedeschi e sempre lasciate proseguire. Ogni volta si affacciava uno dei fuggitivi e diceva «Ufficiali generali». Bastava per passare. Il viaggio sulla «Baionetta» fu seguito momento per momento da un ricognitore della Luftwaffe, dal quale furono scattate le fotografie che mostrano i reali seduti tristemente a poppa. Ce n'era abbastanza per sospettare che quel «trasferimento» fosse stato concordato con Kesselring, la salvezza dei sovrani e del governo in cambio dell'abbandono di Roma?

Fu lo storico Ruggero Zangrandi il primo ad avanzare questa ipotesi, quando nel dopoguerra alla testa delle istituzioni erano tornati proprio coloro che erano fuggiti al momento del pericolo. Allora la sua tesi fu considerata eretica e ingiuriosa, Zangrandi fu trascinato in tribunale, condannato e diffamato al punto di concludere la vita col suicidio. Al quale concorsero certamente le amarezze patite e il discredito riversato su di lui. Oggi molti cominciano a credere che forse qualcosa di vero in quella sua tesi poteva esserci, anche se mancano le prove «accademiche» del suo asserto. Da tempo il viaggio reale verso Pescara ha cessato di essere definito «trasferimento» e si parla apertamente di fuga, pur se c'è chi si ostina a ritenerla necessaria per mantenere in territorio non occupato dai tedeschi (ma pure sempre dagli Alleati) quanto restava delle istituzioni.

Però all'alba del 9 settembre, viaggiando in affanno sulla Tiburtina, alle istituzioni non pensava nessuno. E quando, finita la guerra, una speciale Commissione giudicò i responsabili della mancata difesa di Roma, non si trovò un solo colpevole e tutto finì in assoluzioni e reintegri nelle carriere. Per molti, anche negli stipendi. Arretrati compresi.

(Corriere della Sera, 7 settembre 2003)

Foto e articolo tratti da: http://www.romacivica.net/ANPIROMA/resistenza/8_settembrer.htm




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28 luglio 2008

Napolitano e la questione morale

La calma del Quirinale


baluardo di libertà

di EUGENIO SCALFARI


SI POSSONO criticare i comportamenti e le decisioni di un presidente della Repubblica? Certo che si può, in Italia come in qualunque paese democratico del mondo. A me è capitato più volte di farlo, con Gronchi, con Segni, con Saragat, con Leone. Anche con Pertini, del quale sono stato amico ed estimatore. Perciò non vedo nulla di sconveniente nelle critiche che alcuni uomini politici e alcuni opinionisti hanno mosso al presidente Napolitano in occasione della promulgazione della legge Alfano sull'immunità delle quattro cariche istituzionali. Gli insulti e le offese di Grillo sono un'altra cosa, per quelli c'è il reato di vilipendio che spetta alla magistratura di perseguire.

Dal canto mio sono del parere espresso su questo tema da Walter Veltroni: il presidente boccia le leggi palesemente incostituzionali e quelle prive di copertura finanziaria; le altre, approvate dal Parlamento, è tenuto a promulgarle, che gli piacciano oppure no.

Nel caso di specie, non essendo la legge Alfano palesemente incostituzionale e non avendo problemi di copertura finanziaria, la firma di Napolitano era un atto dovuto. Il che non toglie, ovviamente, che quella legge possa non piacere. A me - per restare nel personale - non piace affatto.

Non mi piace nel merito poiché non esiste al mondo una specifica immunità per i presidenti delle assemblee parlamentari e per il capo del governo. Esiste in pochi luoghi limitatamente al capo dello Stato. Gasparri, Bonaiuti, per non parlare di Berlusconi e degli stessi presidenti delle Camere, dicono perciò una rotonda menzogna quando si riparano dietro l'esempio (inesistente) di altri Paesi europei ed occidentali: non è vero, non esiste in nessun luogo una simile legge.
 Leggi tutto 



Il mio commento:

Mi spiace contraddirla Dottor Scalfari, ma  un Presidente della Repubblica non dovrebbe agire per "Atti dovuti". Lei dice che un presidente della Repubblica <<boccia le leggi palesemente incostituzionali e quelle prive di copertura finanziaria; e le altre, approvate dal Parlamento, è tenuto a promulgarle, che gli piacciano oppure no>>. Può darsi che sia così, ma la questione non è se poteva o voleva, la questione è prettamente morale.  Un presidente che proviene da un partito che della questione morale aveva fatto uno stile di vita non dovrebbe avallare con la sua firma una legge immorale.  Anche a costo di doversi dimettere. Invece, agendo per "atti dovuti" non fa altro che dimostrare che la poltrona viene innanzitutto e al diavolo la moralità e gli sciocchi che ci credono.


23 luglio 2008

Il tradimento di Napolitano

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha promulgato la legge sull'immunità per le alte cariche dello Stato.
 
Cade così l'ultima speranza di bloccare questa
vergognosa legge .
 
Il Presidente ha preferito la poltrona all'onore.

Che pena, Presidente!


 
Il suo è stato un tradimento verso  milioni di cittadini onesti che credevano in Lei e che,
quando Lei fu eletto,
piansero di gioia.

Adesso piangiamo di rabbia.

 


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19 luglio 2008

Eluana: Staccare la spina?



La vignetta di Tubal l'ho presa dal sito http://controcorrentesatirica.com/


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